
Raccolta delle olive nei dintorni di Nablus (archivio Operazione Colomba).
di Alessandra (Aprile 2025)
Torno da un'esperienza unica in Palestina, un luogo che frequento da decenni. Ho partecipato alla campagna Faz3a, un'iniziativa a cui la nostra associazione ha aderito, lanciata da attivisti palestinesi e gemella della Jordan Valley Solidarity, impegnata nella protezione della popolazione civile palestinese nella Valle del Giordano. Insieme a un gruppo di attivisti italiani e membri dell'International Solidarity Movement, siamo stati a Bardala, dove ci alternavamo in turni notturni per stare vicino alle famiglie palestinesi, documentando eventuali abusi da parte dei coloni. Altri compagni accompagnavano i pastori al pascolo.
La Valle del Giordano è una terra bellissima, ricca di risorse naturali, ma anche molto ambita da Israele, che ha insediato migliaia di coloni con l’obiettivo di cacciare i palestinesi. L'esercito israeliano, che protegge e supporta le violenze dei coloni, ha costruito numerose basi militari vicino alle terre più ambite. Un giorno, durante un controllo, abbiamo visto che i coloni avevano tagliato i tubi di irrigazione di un campo. Il proprietario, A., ci ha mostrato la sua rabbia e disperazione: "Quanto lavoro ho perso!" Il giorno successivo, i coloni sono tornati, scortati dai militari, e hanno sparato a un ragazzo palestinese, mentre incendiavano una casa.
La popolazione della Valle è per lo più beduina, con case di tende, e si dedica principalmente all'agricoltura e alla pastorizia. Nonostante i tentativi di Israele di impedire la coltivazione, con la sottrazione dell’acqua e delle terre, la vita continua in un contesto di grande difficoltà. Ma, al di là della violenza, la bellezza della valle è palpabile: la luce del mattino e il silenzio del paesaggio sono straordinari. Ma dietro quelle colline c'è una realtà di sofferenza e resistenza.
Prima dell'occupazione israeliana nel 1967, la Valle ospitava oltre 300.000 pastori e agricoltori. Oggi, rimangono poco più di 54.000, che lottano contro una politica di pulizia etnica e colonialismo di insediamento. Nonostante le difficoltà, incontriamo persone incredibilmente accoglienti, che ci offrono sempre caffè e pasti. Un motto che sento molto vicino è quello della Jordan Valley Solidarity: Esistere è resistere.
Una delle storie più toccanti è quella di A.S., capo della comunità, che ha visto la sua casa demolita ben 30 volte, e ogni volta l’ha ricostruita. Durante una di queste demolizioni, è nata sua figlia, che ha chiamato "Sumud", che in arabo significa "Perseveranza". Un termine che esprime perfettamente la vita dei palestinesi.
In quelle fredde notti di sorveglianza, tra ansia e paura, mi chiedevo se fosse ancora possibile raccontare storie di speranza da questa terra ferita. A voi, che amate la Palestina e vi vergognate dell'indifferenza delle istituzioni italiane ed europee di fronte alla sofferenza di Gaza, lascio questa testimonianza. Vi invito a unirvi alla solidarietà sul campo, perché solo insieme possiamo continuare a testimoniare e a resistere.