
di Elena (Agosto 2024)
Dal 20 al 29 agosto ho preso parte a una missione di solidarietà internazionale in Cisgiordania, tra Ramallah e il villaggio di Qusra, uno dei tanti luoghi palestinesi stretti nella morsa dell’occupazione israeliana. È stato un viaggio intenso, faticoso, emotivamente travolgente, che mi ha messo di fronte a una realtà spesso ignorata dal mondo occidentale: quella di un popolo che vive sotto controllo militare, circondato da coloni armati, eppure capace di una straordinaria forza e dignità.
Siamo partiti con un volo per Tel Aviv e, dopo aver superato con una certa tensione i controlli in aeroporto, ci siamo spostati a Ramallah per un primo training. Lì, insieme ad altri attivisti internazionali, abbiamo appreso tecniche di accompagnamento non violento, informazioni sui diritti legali e indicazioni pratiche su come intervenire in caso di aggressioni da parte dei coloni. Abbiamo anche preso coscienza dei pericoli: armi, arresti, attacchi improvvisi. Da quel momento è iniziato il nostro vero lavoro.
A Qusra, villaggio simbolo della resistenza palestinese, siamo stati accolti con calore. Ogni giorno abbiamo affiancato i pastori nel portare le loro greggi al pascolo, in zone montuose dove i coloni spesso attaccano, sparano agli animali o intimidiscono i pastori. La nostra presenza, come internazionali, è un deterrente: rallenta gli attacchi, rende visibili le ingiustizie. Ma la tensione è sempre alta. Più volte l’esercito israeliano ci ha identificati, fotografato i passaporti, minacciato esplicitamente.
Abbiamo assistito a dinamiche che parlano di apartheid quotidiana: strade bloccate da militari, villaggi circondati da insediamenti israeliani, case palestinesi abbattute, bambini che giocano in parchi recentemente ricostruiti dopo essere stati distrutti dall’esercito. Abbiamo vissuto momenti commoventi, come la festa di benvenuto organizzata dai bambini del villaggio, e momenti di paura, come quando i militari ci hanno intimato di lasciare un’area diventata “zona militare” da un momento all’altro.
Una delle esperienze più forti è stata la manifestazione del venerdì davanti a un gate che blocca l'accesso principale al villaggio. Abbiamo chiesto, pacificamente, l'apertura della strada. I militari hanno risposto con fucili, lacrimogeni e minacce. Ci hanno ripetuto che “i coloni possono passeggiare” e che noi dovevamo andarcene. Eppure siamo rimasti, filmando tutto. Sperando che queste immagini, queste storie, possano varcare i confini e smuovere coscienze.
Nel corso dei giorni, abbiamo anche visitato altri villaggi come Duma, raccolto fichi con i contadini, e parlato con famiglie che hanno perso tutto. Ci hanno raccontato di coloni che bruciano alberi, distruggono tetti, impediscono l’accesso all’acqua. Alcuni di loro vivono sotto lamiere, impossibilitati a ricostruire. Nonostante questo, ci hanno accolti con caffè, dolci, sorrisi. Ogni sera ci ritrovavamo insieme, italiani e americani, per riflettere, condividere, provare a comprendere. Una sera, A. – un uomo mite, ospitale, segnato dalla perdita del fratello e del nipote – ci ha raccontato la sua vita e la storia di Qusra. Aveva bisogno di parlare, e noi di ascoltare.
Negli ultimi giorni, si è diffusa la notizia di una grande operazione militare israeliana in Cisgiordania: morti a Jenin e Nablus, evacuazioni nei campi profughi, arresti notturni. Il timore che tutto peggiori è palpabile. E così ci chiediamo: cosa succederà domani? E cosa possiamo fare davvero?
Io sto bene, fisicamente. Ma dentro porto una domanda che mi accompagna da quando sono rientrata: come posso tornare alla mia vita, lasciando queste persone sotto assedio, come se niente fosse?
Quello che ho vissuto in Cisgiordania non è solo una cronaca. È un pezzo di realtà che deve essere raccontata. E condivisa.